I rifiuti tossico nocivi del “Parco delle Vele”

di Roberto Giurastante

Stanno cercando di cancellare le tracce dei loro crimini ambientali. Stanno “regolarizzando” le discariche che l’Italia ha realizzato nel Territorio Libero di Trieste in sei decenni di occupazione militare. Vorrebbero cancellare con un colpo di spugna i crimini ambientali commessi contro il Territorio Libero di Trieste. E per fare questo utilizzano le loro amministrazioni pubbliche che in violazione delle stesse leggi italiane e comunitarie vorrebbero, con i loro atti falsi, dichiarare inesistente la questione ambientale del Territorio Libero di Trieste.

La Zona A del Territorio Libero di Trieste in amministrazione civile provvisoria al Governo italiano dal 5 ottobre del 1954 è stata trasformata in enorme discarica della Repubblica italiana. I rifiuti più scomodi prodotti dallo Stato delle mafie istituzionalizzate finivano qui, nell’Alto Adriatico, a formare una barriera contro l’odiato nemico comunista rappresentato dalla Jugoslavia.

Tutto questo naturalmente sotto la responsabilità diretta del Governo amministratore italiano che ha permesso allo Stato italiano di occupare Trieste ed il suo porto Internazionale trasformandone il territorio in “area al di fuori di ogni legge”. Dall’altopiano carsico con le sue grotte, alle coste ed al mare, nulla è stato risparmiato dalla furia devastatrice della macchina dell’inquinamento di Stato delle camorre italiane.

E ora che, nonostante le censure del regime italiano, le scomode verità stanno venendo a galla, il tentativo è quello di rimuovere il problema dichiarandolo superato. Con un semplice atto delle amministrazioni pubbliche (illegittime) italiane, responsabili di questi inquinamenti, si dichiara che un terreno inquinato non lo è più. Tutto naturalmente senza che si sia nemmeno avviato qualsiasi intervento di bonifica: un vero miracolo all’italiana, senza però effetto.

Alla fine quello che manca è il risultato del miracolo: diossine, idrocarburi, fanghi industriali, tossine chimiche, disperse nell’ambiente terraqueo continuano a diffondersi e a inquinare l’ecosistema e quindi gli esseri umani.

La gente è inconsapevole e subisce questo lento avvelenamento che però è letale: una guerra chimica senza scrupoli iniziata sessant’anni fa sta mietendo senza sosta le sue vittime.

Uno degli ultimi esempi della politica ambientale italiana “creativa” per far trasformare con decreto le discariche del Territorio Libero di Trieste in zone salubri è certamente quello della discarica a mare occultata sotto una collinetta artificiale nel marina turistico di Porto San Rocco a Muggia.

Porto-San-Rocco2A

Sopra la collina un’area verde con tanto di parco giochi per bambini, sotto la collina una spiaggia per soddisfare le esigenze dei tanti bagnanti estivi, che peraltro non potrebbero entrare in acqua visto il divieto di balneazione che grava sull’intera area.

Divieto di balneazione dovuto anche al fatto che nelle viscere della collina si trovano 18.000 metri cubi di fanghi industriali ad alta concentrazione tossica. Sono stati occultati lì, la collina era in realtà funzionale a questo: a coprire uno smaltimento illecito di rifiuti.

Per avere denunciato pubblicamente questa pericolosa discarica e i rischi per gli ignari frequentatori dell’area ero stato rinviato a giudizio nel 2007 su denuncia dei responsabili della discarica: un processo all’inverso. Dopo dieci anni la discarica è ancora lì ben protetta dal sistema di potere che l’ha autorizzata e in attesa di ricevere l’attestazione di qualità ambientale.

Ma il problema è che quella discarica è sotto inchiesta da parte della Commissione Europea a seguito di mia denuncia e che vengono minacciate pesanti sanzioni pecuniarie nei confronti dello Stato italiano inadempiente che, nell’ambito del procedimento complessivo sulle discariche incontrollate presenti sul suo territorio, è già stato condannato alla prima multa di 40 milioni di euro.

La situazione deve essere ora valutata anche alla luce della petizione presentata il 4 giugno 2015 dal Movimento Trieste Libera al Parlamento Europeo «Per denuncia di gravi violazioni del diritto internazionale e del diritto dell’Unione Europe nei rapporti giuridici, politici ed economici dell’Unione Europea e dalla Repubblica Italiana verso l’attuale Free Territory of Trieste e verso gli altri Stati dell’UE e della Comunità internazionale.» e con la quale si apre il contenzioso sui rapporti giuridici esistenti dal 1957 fra l’attuale Free Territory of Trieste e la Repubblica Italiana, anche per quanto riguarda l’esercizio dei diritti generali e speciali degli Stati membri dell’UE, degli Stati terzi e delle loro imprese sul Porto Franco internazionale di Trieste.

Non possiamo cedere e non vogliamo cedere: il disastro ambientale del Territorio Libero di Trieste non rimarrà impunito.

Porto-San-Rocco4

Parlamento Europeo
Commissione petizioni

Oggetto: Petizione 0732/2010, presentata da Roberto Giurastante, cittadino italiano, a nome di “Greenaction Transnational”, su una discarica abusiva a Porto San Rocco, nei pressi di Muggia
Sintesi della petizione

Il firmatario rileva che, sulla base della procedura di infrazione n. 2003/2007 avviata dalla Corte di Giustizia nel 2007, lo Stato italiano è stato condannato per non avere assunto tutti i provvedimenti necessari per conformarsi alle disposizioni della direttiva 75/442/CEE relativa ai rifiuti. Nel 2009 la Commissione ha inviato all’Italia un parere motivato in merito alle discariche abusive presenti sul suo territorio nazionale e alla mancata esecuzione della sentenza della Corte di giustizia. Il firmatario riferisce che il fondale di Porto San Rocco, presso Muggia, è stato fortemente esposto all’inquinamento provocato da almeno una discarica abusiva (riconosciuta come tale anche dall’amministrazione provinciale di Trieste) contenente rifiuti tossici. Detta discarica rientra nella procedura di infrazione n. 2003/2077 e avrebbe pertanto dovuto essere sottoposta a interventi di bonifica. Secondo il firmatario, tuttavia, né questa né le altre discariche di Porto San Rocco sono ad oggi state sottoposte a simili interventi. Il firmatario chiede al Parlamento europeo di adoperarsi affinché il sito della discarica abusiva di Porto San Rocco sia bonificato.
2. Ricevibilità

Dichiarata ricevibile il 27 ottobre 2010. La Commissione è stata invitata a fornire informazioni (articolo 202, paragrafo 6, del regolamento).
3. Risposta della Commissione, ricevuta l’11 febbraio 2011

“La Commissione ha anche ricevuto una lettera dal firmatario avente lo stesso oggetto della petizione. Come indicato nella risposta alla suddetta lettera, la Commissione, dopo aver ricevuto numerose denunce sulle discariche illegali in Italia, nel 2004 ha avviato una procedura d’infrazione nei confronti dello Stato in questione per la sistematica non corretta applicazione della direttiva 75/442/CEE relativa ai rifiuti, della direttiva 91/689/CEE relativa ai rifiuti pericolosi e della direttiva 1999/31/CE3 relativa alle discariche di rifiuti.
Il 26 aprile 2007, la Corte di giustizia europea ha pronunciato la propria sentenza nell’ambito della procedura d’infrazione in questione (Commissione delle Comunità europee/Repubblica italiana, causa C-135/05) e ha dichiarato quanto segue: “non avendo adottato tutti i provvedimenti necessari:
– per assicurare che i rifiuti siano recuperati o smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e senza usare procedimenti o metodi che potrebbero recare pregiudizio all’ambiente e per vietare l’abbandono, lo scarico e lo smaltimento incontrollato dei rifiuti;
– affinché ogni detentore di rifiuti li consegni ad un raccoglitore privato o pubblico, o ad un’impresa che effettua le operazioni di smaltimento o di recupero, oppure provveda egli stesso al recupero o allo smaltimento conformandosi alle disposizioni della direttiva del Consiglio 15 luglio 1975, 75/442/CEE, relativa ai rifiuti, come modificata dalla direttiva del Consiglio 18 marzo 1991, 91/156/CEE;
– affinché tutti gli stabilimenti o le imprese che effettuano operazioni di smaltimento siano soggetti ad autorizzazione dell’autorità competente;
– affinché in ogni luogo in cui siano depositati (messi in discarica) rifiuti pericolosi, questi ultimi siano catalogati e identificati; e
– affinché, in relazione alle discariche che hanno ottenuto un’autorizzazione o erano già in funzione alla data del 16 luglio 2001, il gestore della discarica elabori e presenti per l’approvazione dell’autorità competente, entro il 16 luglio 2002, un piano di riassetto della discarica comprendente le informazioni relative alle condizioni per l’autorizzazione e le misure correttive che ritenga eventualmente necessarie; e affinché, in seguito alla presentazione del piano di riassetto, le autorità competenti adottino una decisione definitiva sull’eventuale proseguimento delle operazioni, facendo chiudere al più presto le discariche che non ottengano l’autorizzazione a continuare a funzionare, o autorizzando i necessari lavori e stabilendo un periodo di transizione per l’attuazione del piano, la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti ai sensi degli artt. 4, 8 e 9 della direttiva 75/442, dell’art. 2, n. 1, della direttiva del Consiglio 12 dicembre 1991, 91/689/CEE, relativa ai rifiuti pericolosi, e dell’art. 14, lett. a)-c), della direttiva del Consiglio 26 aprile 1999, 1999/31/CE, relativa alle discariche di rifiuti”.
La Commissione ha pertanto ottenuto dalla Corte una sentenza che concerne tutte le discariche illegali esistenti sul territorio della Repubblica italiana e che, di conseguenza, deve essere interpretata come applicabile anche alla discarica illegale di Porto San Rocco.

Conclusione

La procedura d’infrazione di cui sopra è ancora in corso e la Commissione continua a controllare la situazione per garantire che le autorità italiane diano piena esecuzione alla sentenza. Qualora giunga alla conclusione, anche in base a denunce simili a quella presentata dal firmatario, che le autorità italiane non hanno adottato le misure necessarie per conformarsi alla sentenza, la Commissione potrebbe decidere di presentare una seconda richiesta alla Corte, proponendo l’imposizione di ammende nei confronti dell’Italia.”
4. Risposta complementare della Commissione, ricevuta il 27 novembre 2012 (REV)

“Le autorità italiane hanno inviato ulteriori lettere il 2 dicembre 2011 e l’8 maggio 2012. Sulla base di tali lettere e delle informazioni supplementari a disposizione della Commissione, si è riscontrato che nel complesso devono ancora essere risanate 255 discariche (16 delle quali contengono rifiuti pericolosi). I lavori di risanamento sono in corso solo per 99 di queste.
Solamente a 132 discariche su 255 è stato fornito un calendario per la realizzazione dei lavori, il cui termine entro la fine del 2012 è previsto unicamente per 31 di esse.
Tali numeri e il fatto che 18 regioni italiane su 21 continuano ad essere interessate dalla questione dimostrano che l’infrazione constatata dalla Corte di giustizia è ancora generale e persistente. Pertanto, dato che la Repubblica italiana non si è ancora conformata alla sentenza della Corte di giustizia del 26 aprile 2007, la Commissione ha deciso, il 24 ottobre 2012, di adire nuovamente la Corte, ai sensi dell’articolo 260 del TFUE.
Secondo il trattato, la Commissione, qualora abbia adito la Corte una seconda volta, chiede a quest’ultima di comminare allo Stato membro il pagamento di una somma forfettaria e/o di una penalità. La somma forfettaria sanziona il proseguimento dell’infrazione tra la prima e la seconda sentenza, che sarà pronunziata dalla Corte. Il pagamento di una penalità sanziona il proseguimento dell’infrazione in seguito alla pronunzia della seconda sentenza. Nel proporre ammende, la Commissione tiene conto della gravità dell’infrazione e della sua durata.

Nel caso specifico, la Commissione proporrà alla Corte di comminare il pagamento di una somma forfettaria pari a 28 000 EUR al giorno e di una penalità pari a 256 800 EUR al giorno. L’ammenda sarà ridotta in maniera proporzionale alla diminuzione del numero di discariche abusive.”

Tratto dal blog di Roberto Giurastante

 

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