Ferriera di Servola: la fabbrica della morte

di Barbara Mapelli

L’inquinamento costante provocato dalla Ferriera di Servola rimane un problema drammatico di Trieste che non può essere più sottovalutato da chi ha la responsabilità di decidere le sorti dell’area.
Devastanti sono gli sforamenti delle polveri sottili, benzo(a)pirene e altri inquinati registrati dalle centraline vicino allo stabilimento siderurgico. Livelli ben superiori ai limiti di legge e regolarmente superati nel corso degli anni. Una costante che danneggia la salute di tutti i cittadini del territorio triestino e non solo. Infatti, le polveri sottili e altri inquinanti, grazie al vento di Bora che in qualche modo dovrebbe attenuare l’inquinamento e di conseguenza l’insorgenza di tumori ai polmoni e malattie respiratorie, dalla Ferriera arrivano fino alla vicina Repubblica slovena. E sono allarmanti i dati di mortalità per tumore, per malattie dell’apparato circolatorio, respiratorio e digerente, emersi dallo studio epidemiologico nazionale, finanziato dal Ministero della Salute e coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss).
Il progetto denominato SENTIERI (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischi Inquinamento) ha preso in esame 44 dei 57 SIN “siti d’interesse nazionale per le bonifiche” e ha analizzato la mortalità delle popolazioni residenti nelle vicinanze di siti industriali attivi o dismessi, di aree interessate da impianti di smaltimento/incenerimento rifiuti, nel periodo che va dal 1995 al 2002. Lo studio è stato condotto, come spiegato sul sito della rivista Epidemiologia & Prevenzione, attraverso i seguenti indicatori: tasso grezzo, tasso standardizzato, rapporto standardizzato di mortalità (SMR) e SMR corretto per un indice di deprivazione socioeconomica messo a punto ad hoc.

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Per quanto riguarda Trieste, città con una popolazione complessiva di 211.184 abitanti al Censimento del 2001,  negli anni esaminati i decessi totali sono stati di 27.070 di cui 7.723 morti per tumore (1.402 decessi per tumore della trachea, dei bronchi e del polmone e 1.029 per tumore del colon retto), 11.218 per malattie del sistema circolatorio, 1.538 per malattie dell’apparato digerente e 1.959 per malattie all’apparato respiratorio. Se confrontiamo questi dati con quelli di Taranto risulta che i decessi per tumori, malattie del sistema circolatorio e respiratorio sono il doppio.

NEGLI ANNI ESAMINATI I DECESSI TOTALI SONO STATI DI 27.070 DI CUI 7.723 MORTI PER TUMORE

In precedenti studi, oltre a registrare il fatto che a Trieste esistono quattro fonti d’inquinamento (fonderia, inceneritore, cantiere navale e centro cittadino) riguardanti il legame tra inquinamento atmosferico e tumore polmonare, hanno evidenziato una maggiore incidenza di neoplasie polmonari nei residenti nei pressi della zona industriale (i primi condomini distano appena 160 metri dalla Ferriera) e del centro cittadino. Una relazione questa sottolineata anche in uno studio europeo, Escape “European Study of Cohorts for Air Pollution Effects” e pubblicata sulla rivista Lancet Oncology che rileva come un’esposizione prolungata da polveri sottili (PM10 e PM.5) sia associabile a un aumento del rischio di tumore al polmone e in special modo l’adenocarcinoma, tumore maligno del tessuto epiteliale. Si calcola anche che “per ogni aumento di 5 µg/m3 della concentrazione di particolato fine (PM2.5) il rischio di morire per cause non accidentali aumenta del 7%”.
Da anni , l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), propone l’abbassamento della soglia d’inquinamento delle polveri sottili a 10 µg/m³, per l’Italia il valore massimo per la media annuale è di 40 µg/m³, quello giornaliero è di 50 µg/m³ per un numero massimo di 35 sforamenti annuali. Il valore massimo consentito è stato superato a Trieste per ben 70 volte nei primi mesi del 2013.

AUMENTO DEL 4,8% ALL’ANNO DI TUMORI MALIGNI IN ETA’ TRA I 5 E I 24 ANNI

 

In ulteriori studi si è anche osservato l’insorgenza di neoplasie dovute all’amianto, in questo caso dovute alle attività portuali presenti in città; si è anche registrato nella provincia di Trieste, negli anni tra il 1972 e il 2003, un aumento del 4,8% all’anno di tumori maligni in età tra i 5 e i 24 anni e in modo particolare i melanomi e i carcinomi della cute e le neoplasie del sistema nervoso centrale.
Una situazione drammatica in costante peggioramento. Uno stabilimento, quello della Ferriera di Servola, costruito nel 1895 dalla Krainische Industrie Gesellschaft di Lubiana. In seguito rilevata dall’Italsider, poi dal Gruppo Pittini e nel 1995 dalla Lucchini la quale liquida l’acciaieria e mantiene solo la produzione di ghisa e carbon coke. L’impianto siderurgico in realtà sopravvive d’altro. Attraverso l’Enel, lo Stato autorizza l’azienda a costruire una Centrale di cogenerazione a metano per la produzione di energia elettrica e con annesse agevolazioni Cip6, ossia «i contributi alle fonti di energia assimilabili alle energie alternative» create con l’obbiettivo di spingere le aziende energetiche a orientarsi verso le «energie rinnovabili» e promuovere le stesse. Dalla Ferriera, la società Elettra Produzione s.r.l., responsabile anche delle centraline di misurazione delle sostanze inquinanti vicino all’impianto siderurgico, riceve i gas di cokeria con cui produce energia e nello stesso tempo usufruisce delle agevolazioni Cip6.

 
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Come riporta l’agenzia Reuters, la Commissione europea mette in mora l’Italia, definendo gli incentivi una «distorsione, oltre che del concetto di rinnovabili, anche delle regole del mercato». Tali contributi vengono pagati in bolletta da tutti i cittadini ed erogati sotto forma di «acquisti garantiti di elettricità da parte dello Stato» il tutto ad un prezzo maggiorato del 6% per un periodo di 8 anni.

LA COMMISSIONE EUROPEA METTE IN MORA L’ITALIA, DEFINENDO GLI INCENTIVI UNA «DISTORSIONE, OLTRE CHE DEL CONCETTO DI RINNOVABILI, ANCHE DELLE REGOLE DEL MERCATO».

La fabbrica, dopo la grave crisi finanziaria è oggi affidata al commissario governativo Piero Nardi, ex direttore generale dell’Ilva, incaricato di vendere dei rami dell’azienda bresciana, liquidare l’Elettra, concludere il contratto con il gruppo Arvedi. Si dovrà poi rendere noto l’accordo di programma che chiarirà gli interventi da attuare sul sito della Ferriera di Servola. La Regione avrà poi l’arduo compito di firmare l’autorizzazione integrata ambientale, vincolante per poter proseguire l’attività siderurgica. Anche se la decisione è come al solito scontata, la situazione ambientale è a dir poco preoccupante perché i danni provocati dalla Ferriera non sono solo atmosferici. Secondo i dati diffusi dal Ministero dell’Ambiente nel 2007, il livello di benzene nel mare antistante alla Ferriera di Servola è quasi 2000 volte superiore ai limiti di legge. Inoltre nel sottosuolo dello stabilimento sono state trovate enormi quantità di piombo, di zinco e altri metalli pesanti. Dai rilievi satellitari risulta che il profilo della costa attorno alla fabbrica è stato modificato nel corso degli anni con materiali non meglio identificati.

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NEL SOTTOSUOLO DELLO STABILIMENTO SONO STATE TROVATE ENORMI QUANTITA’ DI PIOMBO, DI ZINCO E ALTRI METALLI PESANTI.

Secondo la Presidente della Regione Debora Serracchiani «la prosecuzione dell’attività industriale, per la quale esiste una manifestazione d’interesse da parte del gruppo Arvedi, e il risanamento ambientale sono necessità legate in modo indissolubile» e ha proseguito poi «che senza la continuazione dell’attività industriale semplicemente quel sito inquinato resterà tale senza che nessuno lo tocchi perché nessuno avrà interesse a farlo». C’è da chiedersi chi pagherà gli enormi costi di bonifica del sito siderurgico. L’Arvedi? L’Italia? La Regione? Oppure i soliti contribuenti? In ambito comunitario, in una risoluzione approvata dal Parlamento europeo all’inizio del 2013, è stato riconosciuto il principio di «chi inquina paga». E che dire di tutte le persone ammalate e morte a causa dell’inquinamento? Chi è il responsabile di questa strage perpetua?

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